È giovedì sera e sei davanti ad un vassoio di frittelle appena fatte. Hai voglia di una birra e pensi subito ad una birra forte. D’altronde fuori le temperature non sono tanto alte e in più hai davanti qualcosa di fritto e di potenzialmente unto.
Succede ogni anno, quando arriva Carnevale. E la scelta ha una sua logica: il fritto è pesante, quindi serve una birra che regga il confronto.
Il problema è la parola “forte”. Può voler dire molto alcol, molto amaro o molto sapore, e queste tre cose con un dolce fritto non funzionano allo stesso modo. Forse conviene sostituire quella parola con una domanda più utile.
Cosa succede in bocca dopo un morso di dolce fritto
Un dolce fritto lascia in bocca due cose che durano più del sapore: il grasso della frittura e lo zucchero. Il grasso resta sulla lingua e attutisce il boccone successivo. Lo zucchero cambia il modo in cui senti tutto quello che bevi subito dopo.
Per questo conviene scegliere la birra guardando cosa succede dopo il boccone. La birra può fare tre cose: pulire la bocca, accompagnare il sapore del dolce oppure creare un contrasto.
A decidere quale delle tre serva è il peso del dolce. Più è leggero, meno la birra deve lavorare. Più è pieno, più deve farsi sentire.
Chiacchiere e simili: una birra leggera che ripulisce la croccantezza
Le chiacchiere, che a seconda della regione diventano bugie, cenci, frappe, crostoli, galani o sfrappole, sono una sfoglia sottilissima fritta, croccante e quasi vuota dentro, coperta da uno zucchero a velo che sparisce al primo morso.
Qui il grasso è poco e dura poco. Non serve una birra potente: serve una che non copra la delicatezza del dolce e che ripulisca la bocca tra un morso e l’altro. Una Wit, o Blanche, perché è la stessa birra con due nomi, fa esattamente questo. Ha corpo leggero, poco amaro e una bollicina vivace.
C’è anche un dettaglio che di solito sfugge. La Wit nasce con scorza d’arancia amara e coriandolo, e in molte ricette di chiacchiere nell’impasto c’è già scorza d’arancia o di limone. La birra non si limita a pulire: riprende un profumo che il dolce ha già.
Frittelle ripiene: quando serve più alcol per sgrassare
Una frittella morbida, spessa e ripiena di riso, uvetta o crema ha un peso molto diverso da quello di una chiacchiera. Il grasso resta in bocca più a lungo e il morso successivo arriva già ovattato.
Qui una birra leggera rischia di non bastare. Una Golden Strong Ale, belga, chiara, con un tenore alcolico importante e un finale asciutto, riesce a tenere testa alla frittella. La sua speziatura leggera, che arriva dai lieviti, sta bene con vaniglia e uvetta. Se vuoi restare nella stessa famiglia, la Tripel è una cugina.
Può sembrare un controsenso mettere una birra più alcolica accanto a un dolce già ricco. Ma più alcol, meno pesantezza: è l’alcol a sgrassare la bocca, e il morso dopo ha lo stesso sapore del primo. È lo stesso principio che le tre linee guida dell’abbinamento applicano alle polpette in umido.
Uvetta, mela, crema: quando il ripieno cambia la scelta
Il ripieno o la copertura di un dolce fritto può spostare la birra giusta più della frittura stessa.
Con uvetta, frutta secca o caramello una Dubbel funziona bene. È belga, scura, morbida e poco amara, con profumi di malto e frutta matura. Qui non cerchi di pulire ma di accompagnare, perché la birra ripete quello che il dolce sta già dicendo.
Con le frittelle di mela una Weizen è un buon punto di partenza. Il frumento, le note fruttate e speziate e la bollicina vivace dialogano bene con la mela.
Con crema e cioccolato il lavoro più importante è togliere l’amaro dalla scena. Una Dubbel resta una scelta sensata, mentre le birre molto amare tendono a diventare scomode.
I tre equivoci più comuni sul fritto e la birra
Gli equivoci sono tre, e nascono tutti da buone intenzioni.
Il primo è pensare che la birra più forte sia sempre quella giusta. Se “forte” vuol dire alcolica, con le frittelle ripiene può funzionare. Se vuol dire molto amara, con un dolce spesso peggiora le cose.
Il secondo è credere che l’amaro pulisca meglio. L’amaro dà l’impressione di “tagliare”, ma davanti allo zucchero lo zucchero esalta l’amaro. Dopo un morso dolce, una birra molto amara la senti ancora più amara e più asciutta.
Il terzo è trattare tutto il fritto allo stesso modo. Una frittura salata, come un supplì o un’oliva ascolana, non ha lo zucchero a complicare le cose: bollicina e freschezza fanno gran parte del lavoro. Il ragionamento è più semplice, ma resta quello: capire cosa lascia in bocca.
Come raccontarlo al cliente in due frasi
Chi lavora in sala o dietro al bancone ha pochi secondi per spiegare un abbinamento e due frasi bastano.
Con le chiacchiere una Wit: fresca e agrumata, pulisce la croccantezza.
Con le frittelle una Golden Strong: abbastanza forte da sgrassare, abbastanza speziata da stare al passo.
Quando il cliente chiede «una birra forte per il fritto», puoi rispondere con una domanda: «Forte nel senso di alcolica o di amara? Che fritto ti sei preso?» Non serve per correggerlo: è il modo più rapido per capire cosa cerca.
La domanda da farti prima di scegliere
Prima di scegliere la birra per un dolce fritto, prova a cambiare domanda. Non “qual è la birra più adatta al fritto?”, ma “cosa vorrei che facesse la birra dopo questo boccone?”.
Pulire la bocca, accompagnare il dolce o creare un contrasto: se sai quale delle tre cose vuoi, la scelta si restringe da sola. Lo stesso ragionamento funziona con le castagnole, con un supplì, con qualsiasi cosa esca dalla friggitrice. Se vuoi capire meglio la differenza tra concordanza e contrasto, è il punto da cui partire.
La prossima volta che qualcuno ti chiederà (o vorrai) una birra forte per il fritto, saprai quale strada prendere.